HO MAL DI SCUOLA ( 2012)

HO MAL DI SCUOLA ( 2012)

Il mio scritto non vuol essere un atto d’accusa nei confronti della scuola, anche se a dire il vero, ero così arrabbiata, frustrata e delusa che rischiava di diventarlo. Non assomiglia e non è un trattato scientifico, la mia competenza si ferma all’interesse personale. […] Sono solo una mamma di “buona volontà”che ha scelto di sottrarre un po’ di tempo al ferro da stiro e agli innumerevoli e abituali impegni. […] Perché l’ho fatto? Me lo chiedo anch’io, è stata una specie di necessità. Forse per trovare un luogo a tutte le domande che mi sono fatta in questi anni, rimaste senza risposta. Forse per descrivere come si vive un disturbo dell’apprendimento dall’altra parte, quella dei ragazzi e dei genitori. […]. La nostra esperienza, simile a tante, può far sentire meno sole le persone che combattono le stesse battaglie, vivendo difficoltà cariche di ansie analoghe. Volevo regalare un gesto d’amore a tanti bambini, ragazzi, intelligenti e sensibili che sembrano essere peggiori di come sono in realtà.

 

Anna è una madre come tante, G. è un bambino come tanti. Fin da piccolo,  aveva mostrato un’originalità, che non apparteneva ai suoi fratelli: prendeva sonno solo se circondato da cuscini, faceva continuamente smorfie, quasi come se fosse seccato di esser nato. Ma cresceva bene tra coccole e gelosie, giochi e litigi. Una cosa G. adorava: GIOCARE. Ogni oggetto, anche il più comune, suscitava in lui il desiderio di inventare e creare nuovi giochi; ma la sua grande passione erano le costruzioni: con pochi pezzi, era in grado di costruire oggetti tridimensionali, armi, treni, astronavi, fiocchi di neve. Insomma, G. era un bambino vivace, sveglio e talvolta anche irruento.

A 6 anni G. sembrava esser pronto per la scuola: con curiosità e innocenza iniziava la sua avventura, che ben presto si trasformerà in un vero incubo, per lui e per tutta la sua famiglia. G. da subito aveva mostrato difficoltà a scrivere, pasticciando le lettere che sembravano volare allegramente sui fogli, confondeva i suoni, tralasciava intere sillabe. Tutto questo lo rendeva nervoso e Anna ogni pomeriggio doveva vincere le sue resistenze a fare i compiti. G. soffriva e Anna, confusa e frustrata, continuava a farsi domande sul perché suo figlio non riusciva. Anche le maestre si interrogavano, ma G. risultava “intelligente con un livello medio-alto” dai test a cui era stato sottoposto. Le crisi continuavano, fin quando un centro riabilitativo diede loro una risposta, nera su bianco: RITARDO NEGLI APPRENDIMENTI DELLA LETTO-SCRITTURA, DISLESSIA, DISGRAFIA E DISORTOGRAFIA.

Proprio da questa diagnosi, nasce in Anna il desiderio di raccontare la sua storia; nonostante avessero dato un nome a ciò che impediva a G. di imparare come gli altri, nonostante avessero trovato una risposta alle loro tante domande, i guai sembravano non essere finiti. G. soffriva di MAL DI SCUOLA: il suo rapporto con la scuola continuava ad essere difficile, il bambino continuava ad essere considerato pigro, poco sveglio e nessuna maestra fino a quel momento era riuscita a capire che la mente di G. non era guasta, ma aveva semplicemente ingranaggi che lavoravano in maniera più creativa, elaborando il pensiero per immagini, e non attraverso le parole, come sempre si aspettava il sistema scolastico. Nonostante le tante difficoltà con le tabelline, le date di storia e l’inglese, G. aveva la fortuna di avere una mamma che mai lo lasciava solo, che cercava sempre di capirlo, di incoraggiarlo, di inventare giochi per rendere lo studio più piacevole, che scavava in profondità, informandosi il più possibile e cercando percorsi alternativi per aiutarlo. Anna aveva scoperto il metodo Davis, che affrontava la difficoltà da un’altra prospettiva, quella del pensiero visuo-spaziale. Ecco l’incontro fondamentale con l’associazione “LiberAmente” e con il percorso di Orientamento “Piccoli – Dis”, ideato da Roberta Piccoli, maestra appassionata di Verona, che con la sua sensibilità, è riuscita a sviluppare percorsi volti alla gestione funzionale del “disorientamento”. Intanto a scuola i risultati stentavano ad arrivare e alla fine della quinta elementare, le maestre preoccupate avevano consigliato ad Anna di richiedere un insegnante di sostegno. Anna era certa di una cosa: a G. non serviva nessun sostegno, serviva solo un BUON INSEGNANTE.

Per G. arrivò il momento tanto temuto: il passaggio alla scuola media, meglio definita da Anna nel libro come verifichificio; nonostante la scuola fosse a conoscenza delle misure compensative e dispensative previste per i DSA, preferiva non usarle, per non far sentire i ragazzi “diversi”;la scuola favoriva la didattica classica, secondo la quale tutti i ragazzi sono uguali. Per G. iniziarono le prime insufficienze, le prime note; ma Anna continuava a non arrendersi, a cercare da sola le strategie per combattere il mal di scuola. Scoprì l’utilità delle MAPPE MENTALI, che aiutavano G. a mettere ordine nella sua mente, suddividendo le varie informazioni senza mai perdere la visione globale.; scoprì che G. non era l’unico ragazzo che per concentrarsi aveva bisogno di muovere la mani, ma che esisteva la BRAIN GYM, ovvero una serie di movimenti fisici che permettevano l’integrazione dei due emisferi cerebrali per stimolare maggiormente l’attenzione. Grazie ai suoi studi e all’interesse personale, tante cose diventavano più chiare per Anna, che continuava a chiedersi invece perché la scuola continuasse ad essere così cieca e a non capire che non si può considerare solo il risultato, che è VISIBILE, ma che bisogna tener conto soprattutto del processo, che è invece INVISIBILE e che comporta sempre grande fatica.

Passarono diversi mesi prima di trovare un coordinatore scolastico, che riuscisse ad andare oltre il risultato e a porsi delle domande su come migliorare il processo. Anna aveva ragione: a G. serviva soltanto un bravo insegnante. Con il costante aiuto di figure professionali e competenti, lo studio iniziava ad andare meglio, le mappe iniziavano ad essere nella sua mente, la memoria migliorava, ma soprattutto G. sembrava aver ritrovato un po’ di autostima. Dopo tanti anni di delusioni e sconfitte, G. cominciava a credere in se stesso.

Come diceva Einstein, se giudichiamo un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi su un albero, passerà tutta la vita a pensare di essere stupido. I ragazzi con Disturbi Specifici dell’Apprendimento non hanno bisogno di scuole diverse, ma soltanto di un buon metodo che valorizzi le loro capacità e che non cerchi di omologarle a quelle degli altri. Questo è lo stile scelto da CENTRO ANCH’IO, che, puntando sulla centralità e l’unicità di ogni ragazzo, vuol dare alle famiglie un messaggio pieno di speranza e positività; per tutti gli studenti DSA, Dobbiamo Solo Attrezzarci.

In conclusione, GRAZIE ad Anna Di Lauro per aver messo nero su bianco la sua storia. Il suo libro è stato nel 2012 uno strumento prezioso per l’inizio della storia di CENTRO ANCH’IO e lo è tutt’oggi per le famiglie che incontrano il mal di scuola nel loro cammino e che, come l’autrice, hanno tanta voglia di darsi da fare per i loro ragazzi.

Elaborato della

Dott.ssa Federica Di Roma

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